Protagonisti: Michele Viscardi

DI FRANCO PARRINO

Abbiamo il dovere
di essere innovativi

Un’associazione al passo con i tempi, che favorisca il dialogo e la condivisione tra le aziende associate e sia in grado di essere protagonista laddove si decidono le sorti della politica industriale in Italia. Con un pensiero rivolto al futuro e alla formazione dei più giovani, come dimostra l’impegno al fianco del MIUR per creare, a partire dalla scuola, la figura del “nuovo meccatronico”. Michele Viscardi, presidente di AIdAM dal 2017, ha ben chiaro dove intende condurre un’associazione che, compiuti 20 anni, non vuole smettere di crescere.

Come ha accolto, nel 2017, l’elezione a presidente, vista anche la storia della sua famiglia e dell’azienda all’interno dell’associazione?
Con grande stupore: non pensavo che sarei stato eletto presidente. Ma anche con soddisfazione, perché in tanti hanno riposto in me grande fiducia.
Il fatto, poi, che mio padre sia stato presidente di AIdAM è un ulteriore motivo di orgoglio e di soddisfazione.
La sfida che stiamo affrontando richiede un grande sforzo, che to portando avanti anche con il supporto dell’azienda e dei miei collaboratori.

In un momento storico di grande complessità come quello attuale, quanto reputa importante identificare e portare avanti degli obiettivi precisi, comunicandoli quindi in modo chiaro agli associati?
Per rispondere a questa domanda parto un po’ da lontano, dalla storia stessa di AIdAM. Nei primi anni si è cercato di dare un’identità all’associazione e di fornire al settore i primi strumenti utili. Con la presidenza Torsoli si è spinto parecchio sull’internazionalizzazione, anche sull’onda delle difficoltà dovute alla crisi. Adesso, credo che AIdAM debba essere un’associazione rappresentativa in Italia, con una presenza importante ai tavoli che contano per il futuro dell’industria italiana.
Questo non vuol dire, naturalmente, trascurare ciò che è stato fatto finora a livello internazionale. Sul mercato serbo, per fare un esempio, sei dei nostri associati hanno aperto una filiale; in Tunisia stiamo un po’ a fatica predisponendo un progetto più a lungo termine che può essere un trampolino di lancio sul territorio africano; in Repubblica Ceca abbiamo un desk aperto ormai da tre anni su un mercato assolutamente propizio e poi, grazie alle referenze positive che abbiamo stabilito in questi anni, ci stiamo affacciando anche in Polonia, un mercato in grande crescita per quanto riguarda la manifattura.

Un tema che le sta particolarmente a cuore è quello relativo all’education. Come si sta muovendo l’associazione a questo proposito?
Il punto di partenza è, inevitabilmente, la carenza di competenze, che mette a rischio il futuro della manifattura italiana. Dal mio punto di vista, c’è stato uno scollamento tra l’industria (con precise responsabilità degli imprenditori) e la scuola: si pretendeva che la scuola formasse le persone secondo le esigenze delle aziende, ma senza che le aziende stesse fornissero indicazioni sul “come” formarle.
L’obiettivo fondamentale che ci proponiamo è riuscire a creare un collegamento vero con il mondo della scuola, e in questo senso va l’accordo che abbiamo firmato con il MIUR lo scorso anno. Ci stiamo muovendo, infatti, per spingere gli istituti a rimodulare, nei limiti del possibile, i programmi scolastici in modo da concentrarli di più verso una figura sì meccatronica ma dedicata agli impianti, non solo di assemblaggio, naturalmente.
Questo primo passo è stato fatto con 4 istituti pilota, ubicati in diverse zone d’Italia, e l’intenzione è quella di estenderlo presto anche ad altre scuole. L’altro tassello è la formazione ai docenti: abbiamo studiato un pecorso ad hoc – che è stato avviato a SPS, lo scorso maggio, e che proseguirà a ottobre a Didacta – con l’intento di aggiornare i docenti sulle ultime tecnologie e sui trend del mercato. Chi non vive il settore, inevitabilmente, fa ancora più fatica a rimanere al passo con le tecnologie.
L’altro progetto importante a cui stiamo lavorando è quello del manuale di automazione industriale, che tratterà delle tecnologie meccatroniche per gli impiani produttivi in generale, prendendo come esempio applicativo una macchina di assemblaggio. Abbiamo pensato questo primo volume come una sorta di panoramica generale. In futuro, le varie parti potranno essere poi approfondite ulteriormente, magari dedicando un volume a ogni tecnologia.

 

Oggi è particolarmente difficile crescere da soli. Proprio come accade per le aziende, anche
le associazioni devono cercare alleanze
e collaborazione con altri soggetti

Non è semplice, oggi, coinvolgere le aziende e spingerle a partecipare con assiduità alla vita associativa. Quali azioni occorre portare avanti per affrontare questo problema, che affligge molte associazioni, non soltanto AIdAM?
È vero, questo è un problema comune a molti contesti associativi, oggi. C’è una bella differenza tra far parte di un’associazione e partecipare, che significa confrontarsi con gli altri, condividere le esperienze e creare uno scambio di informazioni con gli altri associati.
Per affrontare la questione si può agire sul piano della comunicazione, per esempio. Abbiamo delle idee che mirano a un maggiore coinvolgimento gli associati, anche attraverso l’organizzazione di eventi ad hoc.
Mi piacerebbe far comprendere agli associati che AIdAM può essere il luogo dove dare continuità alle loro aziende, identificando il reale valore dell’azienda stessa e migliorando l’aspetto della managerialità.
Fuori dall’Italia e dall’Europa stanno crescendo tanti competitor nel settore e non possiamo far finta di non vederlo. Specialmente i costruttori di macchine dovrebbero aver chiaro che non si può più andare avanti da soli ma bisogna quantomeno confrontarsi, sedersi intorno a un tavolo e collaborare, in forme e modi che, naturalmente, vanno definiti insieme.
Proprio su questo punto, c’è un progetto a cui tengo molto e che vorrei rilanciare: dar vita a una reale aggregazione tra imprese medio-piccole del nostro comparto. L’obiettivo è quello di creare un Gruppo che acquisisca grande rilevanza anche a livello internazionale, costituito da una holding esterna a cui fanno capo le imprese, le quali manterrebbero le proprie competenze e specializzazioni. Nella società esterna potrebbero invece essere concentrate le attività di ricerca e sviluppo, marketing, amministrazione, risorse umane e servizi in generale.

Abbiamo notato il lavoro che è stato fatto insieme ad ANIE Automazione in vista dello Smart Vision Forum dello scorso giugno, perché rappresenta uno sforzo condiviso tra due associazioni diverse. Crede che quella della collaborazione sempre più stretta con altri soggetti sia una strada da perseguire nel prossimo futuro?
L’innovazione va perseguita anche in ambito associativo. E noi – in qualità di rappresentanti di uno dei comparti trainanti – abbiamo il dovere di essere innovativi. Così, fin dall’inizio abbiamo pensato di cercare sponde con chi effettivamente aveva sviluppato un certo know-how riguardo ai servizi, all’organizzazione di eventi e così via. In base a quello che serve ai nostri associati, troviamo sul mercato i migliori soggetti ed eroghiamo loro i servizi. È necessario ottimizzare e razionalizzare le risorse. Secondo me anche le associazioni hanno il dovere di fare rete.

Più volte ha insistito sull’importanza, per AIdAM, di far parte di organizzazioni come il Cluster Fabbrica Intelligente (CFI), partecipando anche ai gruppi tematici per la definizione delle politiche e delle linee guida. Lo ritiene un passaggio indispensabile per la crescita dell’associazione? E quali sono le prospettive, ora che è stato formalizzato?
Lo ritengo un passaggio molto importante. Noi, come AIdAM, dobbiamo poter dire la nostra. Per dare un’identità più forte all’associazione a livello nazionale dobbiamo pensare a degli acceleratori. Io considero due vettori importanti: Confindustria – non a caso ci siamo iscritti in Federvarie – e il CFI, che è stato promosso a livello ministeriale perché fosse una guida sui trend del futuro nel manifatturiero ed è stato il primo Cluster a mettere in contatto il MIUR col MISE. Sono stati fatti progetti importanti e il CFI ha partecipato attivamente, e per davvero, alla definizione del Piano Nazionale Industria 4.0 con la Roadmap decisa 6 anni fa, ancor prima che il Piano fosse formalizzato.
Il Cluster ha creato poi i Gruppi Tematici e AIdAM fa parte di uno di questi, che considero il più sfidante: noi che facciamo automazione – e nell’immaginario collettivo c’è ancora chi pensa che l’automazione “porti via il lavoro all’uomo” – siamo nel gruppo che si pone l’obiettivo di valorizzare il capitale umano nelle aziende.
Per riassumere, possiamo dire che noi ci siamo. È un impegno che ci siamo assunti per il bene e la crescita del nostro settore. Sono azioni che rischiano, forse, di rimanere un po’ sotto traccia, ma crediamo che molti dei progetti a cui stiamo lavorando avranno effetti nel medio-lungo periodo. E questa, a mio parere, è la cosa più importante.