Protagonisti: Gianluigi Viscardi

DI GIORGIA STELLA

Lì dove tutto ebbe inizio

“Una vera e propria palestra”. Così Gianluigi Viscardi, tra i fondatori di AIdA, definisce i suoi anni da presidente, tra il 2000 e il 2011. Anni caratterizzati non solo dalla crescita dell’associazione, ma anche da una serie di iniziative che ne hanno segnato la vita. E che hanno stimolato in Viscardi la voglia di impegnarsi in altri contesti – da Confindustria al Cluster Fabbrica Intelligente; dal Consorzio Intellimech fino ai Digital Innovation Hub – con l’obiettivo di partecipare attivamente alla definizione delle politiche industriali e di supportare la digitalizzazione delle imprese italiane.

Partiamo dai ricordi. Cosa le è rimasto dell’esperienza che ha portato alla fondazione di AIdAM, 20 anni fa?
Il ricordo delle persone, innanzitutto: dal direttore Massimo Vacchini, oggi come allora un punto di riferimento, ai colleghi che si sono messi in gioco fin da subito. E come non citare l’ingegner Massaro, direttore editoriale di PubliTec che, riunendoci attorno a un tavolo, è stato l’artefice della nascita dell’associazione.
Erano le prime esperienze di confronto tra i protagonisti di un settore, quello delle macchine speciali di assemblaggio, fondamentale quando si parla di made in Italy.
Personalmente, ero abbastanza spaesato perché si trattava della mia prima esperienza associativa. Quando, nel 2000, sono stato chiamato a sostituire il primo presidente, Elio Vegetti, sono stato messo di fronte a un’esperienza impegnativa, complessa e stimolante. Mi piace pensare che quella sia stata per me una vera e propria palestra.

Sotto la sua presidenza l’associazione ha vissuto un periodo di crescita e di espansione. Quali furono le principali iniziative assunte in quel periodo?
Ci siamo affiliati a EFAC (l’European Factory Automation Committee, ndr), che allora era un po’ il riferimento sull’automazione a livello europeo. Prima ancora c’è stata la scelta di impegnarci su una fiera dell’automazione, AmmTech, a Vicenza, che credo sia stata la fiera italiana con più macchine di montaggio.
Altre iniziative importanti sono state il contratto di fornitura, che era una tutela nei confronti dei clienti; la RC prodotto; l’osservatorio sui prezzi, che allora non erano assolutamente adeguati alla specializzazione dei nostri tecnici: abbiamo stabilito delle tariffe che poi tutti gli associati avrebbero dovuto rispettare. Abbiamo iniziato a lavorare sulla direttiva macchine, al dizionario tecnico e avviato i progetti di internazionalizzazione che sarebbero stati sviluppati in seguito. Insomma, sono state gettate le basi per il riconoscimento del settore e per una maggior tutela dei lavoratori toccando, forse, temi perfino troppo all’avanguardia per l’epoca.
Il fiore all’occhiello però, credo sia stata la registrazione dell’offerta alla SIAE. Non è stato facile far passare il concetto che, data la natura delle macchine che realizziamo, potevamo chiedere che fossero tutelate dal diritto d’autore. D’altronde, come un compositore non inventa le note ma le utilizza in modo ingegnoso per creare una sinfonia, noi non inventiamo tecnologie ma le “combiniamo tra loro” per realizzare macchine speciali. Registrare l’offerta è un punto molto importante per la valorizzazione dei nostri prodotti.

Quando venne fondata l’AIdA, si avvertiva chiaramente la necessità di creare un’associazione specifica per il settore delle macchine speciali di assemblaggio

C’è un grosso motivo di rammarico, ripensando ai suoi mandati da presidente? Un progetto che non è riuscito a portare a termine, o qualcosa che avrebbe voluto fare diversamente?
Abbiamo provato, in quegli anni, a parlare di aggregazioni. Su mandato del Consiglio, ho commissionato uno studio sulle prospettive di una reale aggregazione tra imprese medio-piccole. Inizialmente hanno partecipato una trentina di imprese, che sono poi diventate 11.
L’obiettivo, ambizioso, era dar vita a una holding “esterna”, guidata da una banca, in cui ognuna delle imprese aderenti mantenesse le competenze, mentre alla holding si sarebbero potute affidare le attività di marketing, ricerca, risorse umane e amministrazione, così da competere al meglio all’estero e mantenere alta la redditività, che non sempre accompagna la crescita dei fatturati.
Alla fine il progetto, che avrebbe potuto portare alla creazione di un Gruppo di primo piano anche a livello internazionale, non è andato in porto. Nonostante tutto, continuo a credere che possa ancora essere realizzato.

Negli ultimi anni, lei si è molto speso all’interno di associazioni e organizzazioni come il Cluster Fabbrica Intelligente, per esempio, o il consorzio Intellimech. Quanto sono importanti, a suo parere, soggetti come questi nello scenario attuale?
Prendiamo un soggetto come il Cluster Nazionale Fabbrica Intelligente (CFI), uno dei 12 cluster riconosciuti dal MIUR, che raggruppa imprese, centri di ricerca, università, regioni, enti pubblici, tutti riuniti per giudare la trasformazione del comparto manifatturiero italiano: una realtà così difficile da immaginare fino a qualche tempo fa. Il fatto di riuscire a stabilire una Roadmap da portare poi ai ministeri e orientare le politiche industriali è stato qualcosa di nuovo e di molto importante.
Nel concreto, il Piano Nazionale Industria 4.0 – poi Impresa 4.0 – non è fatto soltanto di incentivi. Tra i capisaldi, oltre al potenziamento dei Cluster Nazionali, non a caso c’è la costituzione del Digital Innovation Hub (DIH) e dei Competence Center, soggetti fondamentali nella nuova visione del sistema industriale. Il Cluster Fabbrica Intelligente ha lanciato il progetto dei Lighthouse Plant, le fabbriche faro destinate a diventare una best practice a livello nazionale e internazionale per la fattibilità di percorsi di sviluppo tecnologico.
Nel febbraio 2018 è stato avviato il Lighthouse Plant di Ansaldo Energia, altri due sono stati implementati nei mesi successivi e siamo vicini anche all’avvio del quarto, quello di ABB.

Più volte, nei suoi interventi, ha ribadito la centralità che a suo parere hanno i Digital Innovation Hub. Non a caso, da qualche tempo presiede quello lombardo e siede nel Consiglio direttivo dei DIH di regioni come Calabria e Umbria, oltre che nell’organo di coordinamento nazionale. Quale deve essere il ruolo di questi soggetti?
I DIH nascono per supportare le aziende ad affrontare il cambiamento digitale. Confindustria attualmente ha attivato una rete di circa 20 DIH in tutto il territorio nazionale. Pensando alla digitalizzazione delle nostre aziende, una domanda fondamentale che, secondo me, dobbiamo porci è: chi aiuta gli imprenditori?
Qui utilizzo una metafora: mi piace considerare i Digital Innovation Hub come il medico di base dell’imprenditore. In altre parole, un soggetto affidabile e referenziato a cui rivolgersi per orientarsi nel panorama della vasta offerta in tema di digitalizzazione. In questo campo si parla spesso di tecnologie “intangibili”, come ad esempio l’Intelligenza Artificiale (disciplina molto complessa ma potenzialmente utile per tutte le aziende, tanto grandi quanto piccole), mentre l’abitudine degli imprenditori è di concentrarsi sui beni materiali cioè tangibili, che sono anche quelli più facilmente riconoscibili.
Gli imprenditori devono potersi rivolgere ai DIH in primis per avere un’idea del posizionamento della loro azienda in tema di digitalizzazione, anche in relazione al settore di riferimento, ai trend che caratterizzano il settore e all’evoluzione tecnologica. Poi, se l’imprenditore vuole approfondire ulteriormente può rivolgersi ad altri soggetti, un po’ come succede con i medici specialisti, riprendendo il paragone con la medicina.
Stiamo anche lavorando a una standardizzazione nazionale in tema di assessment e di oggettivazione anche delle statistiche, perché la digitalizzazione è un processo che va tagliato sulle imprese, non un concetto a sé stante.