Protagonisti: Alessandro Torsoli

DI CESARE PIZZORNO

Dritti al cuore dell’associativismo

Presidente di AIdAM per due mandati, tra il 2011 e il 2017, Alessandro Torsoli ha retto il timone dell’associazione in acque agitate per via degli effetti della crisi, proseguendo lungo la strada tracciata da Gianluigi Viscardi e dando una forte impronta di internazionalità. Tra ricordi, passione e riflessioni sull’importanza dell’associazionismo in un contesto caratterizzato dalla presenza di tante PMI, quello di Torsoli è un punto di vista prezioso su un settore sfidante come quello dell’automazione meccatronica.

Ci parla, per iniziare, del suo personale percorso all’interno di AIdA prima, e di AIdAM poi, culminato nel 2011 con l’elezione alla presidenza dell’associazione?
Quello con AIdA è stato il mio primo approccio verso il mondo esterno, sostanzialmente. Da quell’esperienza è nato anche il mio impegno con le associazioni territoriali. La vita associativa mi ha dato tanto, in tutti questi anni.
Nel contesto di AIdA, ho fatto in effetti un percorso completo: da semplice consigliere a vice presidente fino all’elezione a presidente. Un’altra avventura che ricordo molto volentieri è stato l’incarico in Europa con EFAC (l’European Factory Automation Committee, ndr) perché considero anche quella come un’esperienza formativa notevolissima, che mi ha abituato a ragionare su piani diversi e mi ha permesso di crescere professionalmente e umanamente.
Sono convinto del fatto che l’associazione debba essere vissuta davvero: solo così se ne possono trarre reali vantaggi, si può imparare a essere aperti e disponibili, si può capire come migliorarsi. E poi c’è la passione, un aspetto importantissimo: chi ci mette il cuore, l’anima, l’impegno – anche a livello personale, non solo come imprenditore – ne esce sicuramente arricchito. Personalmente, sentivo di essere protagonista di qualcosa di davvero importante, di una fase di crescita del settore.

Ricorda un momento di particolare soddisfazione legato ai suoi due mandati da presidente?
Mi ha riempito di orgoglio aver ricevuto praticamente il 100% dei voti in Assemblea in occasione del secondo mandato. Un attestato di stima da parte dei colleghi che considero il coronamento di tanti anni di lavoro all’interno dell’associazione.
Per questo non posso non citare il supporto di una figura solida e sempre presente come il direttore Massimo Vacchini, che non mi ha mai lasciato da solo soprattutto nei momenti di difficoltà.

Tornando indietro alla sua prima elezione, quali obiettivi si era posto? Quale impronta intendeva dare all’associazione?
Avevo un’eredità difficile: subentravo a un grande presidente, Gianluigi Viscardi, che era stato in grado di prendere l’associazione praticamente agli inizi e farne un soggetto importante nel panorama associativo nazionale.
Mi sono posto l’obiettivo di far crescere ulteriormente AIdAM, cercando di darle ancora maggiore visibilità internazionale. Un processo che si è sviluppato nel tempo, grazie anche alla partecipazione a EFAC, e che ha avuto il suo coronamento nell’avvio del processo di internazionalizzazione che ancora oggi vive una stagione importante. Un impegno, quello sull’internazionalizzazione, che serve, da un lato, a dare maggiore visibilità all’associazione e, dall’altro, ad abituare gli associati a lavorare su mercati che non siano solo quelli locali, facendo capire alle aziende che non devono temere il mercato.
D’altra parte sono convinto che, per le aziende del nostro settore, la necessità di collaborare, di lavorare insieme sia fondamentale. Su questo aspetto non siamo, forse, riusciti a portare a compimento quello che speravamo di fare, ma penso che abbiamo piantato un seme che, se innaffiato a sufficienza, potrebbe germogliare. Sono passaggi culturali che hanno bisogno di tempo.

Il sistema associativo dovrà costruire un network che ci permetta di essere presenti e reattivi sui mercati che stanno cambiando

Proprio il progetto di internazionalizzazione ha scandito in modo significativo almeno una parte della sua presidenza. A mente fredda, come giudica quello che è stato fatto e i risultati che sono stati ottenuti?
Complessivamente il giudizio è positivo. Consideriamo che abbiamo sempre operato solo grazie alle nostre risorse, ed è un lavoro molto impegnativo quello fatto all’estero. Si poteva sicuramente fare di più, ottenere una penetrazione maggiore, ma non era semplice. Il nostro obiettivo principale era mostrare alle aziende che esistono mercati esteri che possono essere approcciati: essere piccoli non è un vincolo se si collabora, e l’azione dell’associazione serve ad aprire dei canali e delle strutture fondamentali per le aziende.

La sua elezione è avvenuta in anni difficili, di crisi. Che ricordi ha di quel periodo?
Tante aziende hanno chiuso, o hanno attraversato momenti di difficoltà in quegli anni, che sono stati davvero duri. Alcuni amici e colleghi hanno dovuto prendere decisioni difficili, per sé e per l’azienda, e credo che il fatto di poterne parlare, di potersi confrontare in Associazione li abbia aiutati a decidere che direzione prendere.
Sempre in quegli anni c’è stato il cambiamento da AIdA ad AIdAM, che era diventato inevitabile in relazione non soltanto all’evoluzione tecnologica, ma anche a una rappresentatività diversa. Sentivamo l’esigenza, insomma, di dare un punto di riferimento associativo a tante aziende che erano sul mercato e che operavano nel settore dell’automazione meccatronica.
Certamente in quegli anni l’avere a disposizione una squadra coesa, sia come Comitato di Presidenza che come Consiglio Direttivo, è stato di grande supporto e non mi stancherò mai di ripetere quanto sia importante, soprattutto nei momenti difficili, definire gli obiettivi, prendere le decisioni e agire insieme.

Quanto è penalizzante per l’associazione il fatto che alcuni nomi importanti tra i costruttori di macchine di assemblaggio non ne facciano parte?
È molto penalizzante perché mancano effettivamente aziende che possano fare da traino. Probabilmente anche noi non siamo riusciti a far passare fino in fondo il messaggio che l’associazione serve a trainare il comparto. Se le grosse aziende fanno parte dell’associazione il comparto cresce più velocemente e si creano più opportunità per tutti. Si sono perse tante occasioni per sviluppare rapporti di partnership, trovare aziende con cui collaborare, anche se la disponibilità a collaborare non è un patrimonio così comune.

C’è il rischio che questo ritardo nello sviluppo di una cultura della collaborazione tra aziende possa disperdere il valore del made in Italy nel tempo?
Assolutamente sì, ed è una questione che, come AIdAM, abbiamo individuato già da tempo. La competizione a livello globale la potranno affrontare solo aziende strutturate. In Italia c’è bisogno di irrobustire il tessuto industriale, dare maggiore managerialità, visibilità, capacità di investimento e di raggiungere mercati lontani. Questo lo si può fare se al centro ci sono aziende, appunto, strutturate e in grado di competere con i concorrenti tedeschi, coreani, cinesi e così via.
Occorre valorizzare al massimo la capacità tutta italiana di realizzare macchine speciali, altrimenti questa rischia di perdersi e di pregiudicare il valore del made in Italy nel nostro settore. D’altronde, sono convinto che l’unica strada percorribile per essere vincenti a livello globale sia insistere sui prodotti tagliati su misura per il cliente piuttosto che su sistemi standard e a minor valore aggiunto dove, credo, siamo perdenti in partenza. Di opportunità sul mercato ce ne sono tante, bisogna però presidiare i mercati, andare a cercarle, queste opportunità.

Occorre valorizzare al massimo la capacità tutta italiana di realizzare macchine speciali, altrimenti questa rischia di perdersi e di pregiudicare il valore del made in Italy

Rispetto a 20 anni fa, sono cambiati secondo lei gli obiettivi di base che un’associazione come AIdAM deve perseguire?
È cambiato praticamente tutto. Il sistema associativo nel suo complesso sta correndo, a mio parere, grossi rischi in termini di rappresentanza degli interessi delle aziende. Una volta gli interessi erano molto ben identificati e il supporto dell’associazione era fondamentale. Oggi, ma ancora di più in futuro, non è e non sarà così. Le associazioni devono ritagliarsi spazi diversi.
Gli stessi servizi da offrire sono destinati a cambiare molto rapidamente e devono diventare di livello più alto. Faccio un esempio: la cura dei rapporti con le camere di commercio o le ambasciate diventa cruciale in questo senso.
Il sistema associativo dovrà quindi costruire un network che ci permetta di essere presenti e reattivi sui mercati che stanno cambiando. Un network che dia risposte affidabili e rapide alle esigenze delle aziende che dovranno, necessariamente, essere sempre più globalizzate. L’associazione, insomma, dovrebbe essere un tramite tra gli imprenditori e le istituzioni presenti in un determinato territorio; facilitare gli scambi e i collegamenti e anche segnalare eventuali opportunità o problematiche. Le aziende italiane hanno assolutamente bisogno di un supporto politico forte a livello globale.